In un villaggio situato a nord dell’isola di Bali, in Indonesia, tutti gli abitanti, udenti e non, sono in grado di esprimersi in Kata Kolok, una lingua dei segni unica nel suo genere, di origine rurale, indipendente sia dalla lingua internazionale dei segni che da quella indonesiana. Il risultato è una piccola comunità coesa e solidale, in cui la sordità non viene percepita come un handicap.

Siamo a Bengkala, dove vivono circa 3.000 persone e dove la percentuale di residenti sordomuti è molto più alta che altrove, tanto che la località è stata ribattezzata Desa Kolok, che in balinese significa proprio “il villaggio sordo”.

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Attualmente, gli abitanti non udenti dalla nascita sono quarantadue. La diffusione della sordità in questo villaggio immerso nella foresta ha una spiegazione genetica: dipende infatti da un gene recessivo, il DFNB3, di cui è portatore il 10% della popolazione di Bengkala e che è presente nella zona da circa sette generazioni. Per anni, invece, gli abitanti del villaggio hanno creduto che la nascita di un neonato sordo fosse il risultato di una maledizione.

Invece di isolare o ostracizzare i non udenti, la comunità locale è riuscita a creare un ambiente estremamente inclusivo, dando vita ad un esperimento sociale unico al mondo: tutti gli abitanti del villaggio, infatti, sono in grado di utilizzare una lingua dei segni nata localmente e che viene tramandata di generazione in generazione. Anche gli udenti insegnano ai propri figli il Kata Kolok come seconda o terza lingua – accanto al balinese, all’indonesiano o all’inglese – e nelle scuole i bambini, udenti e non, seguono le lezioni insieme, fianco a fianco.

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D’altra parte, qui a Bengkala la probabilità che una coppia di udenti possa un giorno avere un bambino sordo è piuttosto alta: da qui, lo sforzo a rendere la vita del villaggio accessibile a tutti, per offrire ad ogni abitante, udente o meno, le medesime opportunità.

“Mi sento uguale a tutti gli altri.” – racconta il settantaduenne Wayan Sandi, utilizzando le mani – “Qui siamo tutti membri della comunità.”

Tuttavia, anche se all’interno del villaggio non vi sono problemi di comunicazione, le barriere si fanno evidenti quando i non udenti hanno necessità di recarsi in altri villaggi, magari per vendere i propri prodotti al mercato. La maggior parte dei residenti di Bengkala vive infatti di piccola agricoltura e di allevamento.

La lingua dei segni di Bengkala, infatti, viene parlata solo a Bengkala, facendo del villaggio una piccola isola felice in un contesto globale che, invece, presenta ostacoli e difficoltà. Per questo, molte famiglie stanno iniziando ad iscrivere i figli sordomuti in scuole in cui viene insegnata anche la lingua dei segni indonesiana, in modo da offrire loro prospettive più ampie per il futuro.

Per la sua particolarità, negli ultimi anni Bengkala è diventata meta di numerosi visitatori stranieri: non solo sociologi, che vengono a studiare le caratteristiche di una comunità che non eguali al mondo, ma anche turisti, udenti e non, attratti dal richiamo di un luogo che ha fatto dell’integrazione e dell’abbattimento delle differenze la propria bandiera.

La più grande attrazione locale è il cosiddetto “ballo dei sordi”- Janger Kolokun tipo di danza molto particolare, ideato appositamente per i non udenti e che ha preso piede nel corso degli ultimi trent’anni. Un gruppo costituito da sedici ballerini sordomuti, di età compresa tra i sedici e i settantadue anni, si esibisce tre volte al mese per eseguire coreografie sincronizzate, utilizzando solo riferimenti visivi per mantenere il ritmo.

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Tutti i proventi delle esibizioni vanno agli stessi ballerini: l’obiettivo è sia di offrire una fonte di reddito salda alla popolazione non udente, sia di incentivare il turismo nell’area, in modo che la comunità abbia a disposizione più fondi per realizzare infrastrutture e lavori necessari al benessere di tutti. Una delle priorità delle autorità locali è, al momento, aumentare il livello di alfabetizzazione della comunità, e in particolare della popolazione sordomuta.

“Credo che, al di fuori del villaggio, la gente pensi che essere ‘normali’ sia meglio.” – conclude l’anziano Sandi“Ma io mi sento proprio come tutti gli altri abitanti di Bengkala.”

Lisa Vagnozzi – GreenMe

Photo Credits: Matt Alesevich